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LA MIA PERSONALE ESPERIENZA DI VIPASSANA

Aggiornamento: 2 mar 2023

La Vipassana è una delle più antiche tecniche di meditazione. Prima di avventurarti a leggere la mia personale esperienza di Vipassana, scopri in cosa consiste la pratica della Vipassana: la disciplina, gli orari, la pratica.


Dove provare l'esperienza di Vipassana in italia?

Nelle foreste Casentinesi, si trova un luogo prezioso di silenzio, ordine e pulizia interiore: Il Centro di Meditazione Vipassana Dhamma Atala. E' lì che inizia il racconto della mia esperienza di Vipassana,10 giorni di meditazione che hanno cambiato la mia vita.

Il Nobile Silenzio


Ho vissuto dei processi interiori molto forti durante il ritiro e ricordo bene le acque profonde che hanno smosso. E’ stato molto forte non comunicare con nessuno né in sala pasti né in camera: c’era un’ osservazione fugace degli altri, sembravano fantasmi, si evitava il contatto con sguardi e corpi, non era coinvolti i sensi nel mio muovermi nel contesto, perché la base, il centro, la motivazione ad essere lì era solo il ricordo di sé stessi.


L’intenzione di essere lì per concentrarmi sulle mie dinamiche interne, toglieva spazio all’attenzione verso gli altri e questo aiutava l’essere presenti a sé stessi, l’essere centrati.

Tutte le compagne di camera e del casolare erano fisicamente presenti e le nostre energie interagivano psichicamente nel corridoio, mentre ci si infilava le scarpe al rintocco delle campane che richiamavano alla meditazione di gruppo, mentre si era in toilette o nelle camere, Tutto nell’assenza di parole e sguardi attenti all’altro, esterni a sé.


A tratti è stato difficile non comunicare verbalmente con le anime che mi passavano accanto, ma in altri momenti la vicinanza emotiva era intensa e sortiva un effetto riappacificante tra me e la difficoltà dei ritmi delle giornate nel totale silenzio e lentezza. Ero dentro al potere della comunicazione non verbale, sensoriale, della com-partecipazione spirituale.


Nella meditazione ero dentro me, in contatto col mio Hara, in compagnia di immagini, ricordi e dei miei fantasmi del passato.


Nella contemplazione mi rivolgevo anche ai confini esterni a me, al luogo, agli alberi del bosco, alle figure silenziose delle persone che mi passavano accanto, come ombre, come parti di me riflesse, al cibo ottimo vegetariano. Mi affacciavo meravigliata nel ‘qui e ora’ di quei giorni.



I meccanismi di difesa


I meccanismi di difesa non hanno tardato a emergere tra il quarto e il quinto giorno. Ho cominciato a sentirmi in una gabbia dentro la disciplina da rispettare sempre: proiettavo il mio pensiero verso i giorni successivi che ancora mancavano alla fine facevo il conto alla rovescia con timore.


La sensazione che mi avvolgeva era ansia, una certa angoscia e irrequietezza del mio essere lì senza i miei oggetti consueti, a parte il burro cacao, la mia intenzione scappava, sfumava.

Mi sentivo fuori dal mondo, ma da quale mondo? Dal mondo delle consuetudini, della fretta, degli attaccamenti, delle arrampicate sugli specchi.


Naturalmente mi accorgevo che il mio dramma era anche fuori di me, cioè in altre ragazze che si muovevano in modo frenetico e rumoroso; la gabbia è una condizione mentale e ognuno l’attraversava a modo suo.


In mezzo a questi turbamenti, riflessioni e orientamenti, l’unico momento in cui si era liberi dalla soddisfazione del bisogno primario alimentare e fisiologico o dai ritmi della meditazione, era l’ora tra le 12.00 e le 13.00 in cui era consentito andare in un’area per camminare.


Si trattava di un sentiero circolare ben tracciato a forma circolare in un’altura tra gli alberi. In alcuni punti c’erano dei tronchi per sedersi, dove poter continuare lo stato di meditazione.


Camminare a ritmi diversi e consapevoli in questo sentiero quasi circolare era l’unica ‘libertà’ dalla sensazione della gabbia dell’Io con la sua mente che vuole, dice, fa, si preoccupa, anticipa, teme, si inventa etc etc... In diverse giornate mi era sembrato un percorso troppo breve e claustrofobico dove si poteva al massimo cambiare il senso di marcia.


Allo stesso tempo, quando mi osservavo con l’occhio del Sé superiore (come con una telecamera posta sopra la mia testa), girare in questo sentierino ghiaiato, dava anche un senso di Infinito, di potenza dell’Essere, anche nel poco spazio ripetitivo.



L'unico contatto verbale


L’unica persona con la quale potevo avere un contatto verbale era l’assistente dei maestri, disponibile a rispondere a domande sulla pratica Vipassana o per emergenze di salute.


L’assistente ascoltava il mio bisogno e riusciva a mitigarlo, rimandandomi attraverso riformulazioni il senso non reale della mia richiesta. "Non proiettare i tuoi bisogni là fuori; ti sei presa questo tempo per te stessa e se ci fosse una grande emergenza, loro sanno come reperirti".


Provai a resistere a quelle tentazioni, ma l’irrequietezza mi trascinò a chiedere di fare due telefonate, una a mio padre e una a mia madre. Le figure genitoriali spuntano sempre durante certi esami con sé stessi tra i sospesi, i conflitti, il bene il perdono.


Era una fuga dal presente che segnava un momento spartiacque: il giro di boa che nella fase del pieno contatto Gestaltico, prelude il diverso orientamento dell’organismo.



Mettere a tacere il Giudizio


Nella ricerca del mio punto zero, cioè di un punto di equanimità in cui non l’Io non rifugge da nessuna sensazione spiacevole e non si aggrappa ad alcuna sensazione piacevole, l’accettazione incondizionata e non giudicante è stato un altro compagno di viaggio scomodo.


Il pensiero predilige concentrarsi sul mondo fuori, soprattutto quando si sente minacciato da situazioni che disapprova, ad esempio la fretta e la smania di qualcuno che al buffet si riempiva il piatto in modo agitato, probabilmente affamato, nel timore di rimanere senza cibo.


Giudicavo ad esempio la mia vicina di letto troppo ordinata e metodica, immaginavo che fosse una di quelle persone “quadrate” e puntigliose; sul suo comodino, che era semplicemente una sedia per ciascuno, c’erano poche cose: la crema mani, il biglietto del treno di ritorno e una catenina.


Io mi giravo a guardare il mio spazio ed era sotto sopra: calze, coperte sul letto, i vestiti del mattino più caldi, spazzola, spugna sul termosifone. Il confronto visivo e immaginativo di questa relazione apriva riflessioni critiche e severe verso me stessa, facendo riecheggiare il tono severo e inflessibile del giudice interiore.

FIGURA: il sé, il mio mondo interiore, le mie sensazioni e i miei psicodrammi

SFONDO: le persone, l'ambiente, l'Io nella routine quotidiana


Questo sfondo impercettibilmente ma improvvisamente, è diventato una risorsa, perché la presenza della compagna di stanza, quasi come un alter ego o uno specchio, mi sollecitava sensazioni di compassione per me stessa e l’alterità mi rassicurava.


Ho messo a tacere la volontà della mente di giudicare: l’accettazione incondizionata di quello che stavo vivendo anche nei suoi aspetti di sacrificio e difficoltà mi ha portato a trovare un vuoto fertile in me per osservare e attendere, senza aggiungere materiale superfluo.


La compassione


La compassione è un’altra meta della meditazione; compassione è preghiera, è la forma più alta dell’energia.


La parola compassione è molto bella: comprende in sé la passione — la passione dev’essere raffinata al punto da diventare compassione; le tradizioni spirituali conducono l’uomo a trascendere le passioni per essere un soggetto libero, non passivo.


Ricordo immensa e nitida l’emozione della compassione quando ho osservato il ciclo di vita della sensazione che nasce, attraversa il corpo e muore.


La definizione dei confini e il rispetto di sé


Una mattina avevo deciso di provare a stare in camera a meditare sul letto (scelta malsana perché il sonno è un nemico della meditazione e con la sveglia alle ore 4.00 è un nemico ancora più forte).


Sbirciavo una ragazza che compiva gesti convulsi, sbuffava e tutto faceva intendere fil suo abbandono del centro Dhamma.


Ho seguito a sprazzi la sua dinamica del riordino del letto, dell’andare in bagno a lavarsi, del mettere a posto il suo specchietto poi, il mio corpo ha sentito lo stesso stato di agitazione e malessere della ragazza e così decisi di uscire dalla stanza forse per lasciarmi e lasciarla più libera per dirigermi nel salone della meditazione in gruppo.


Il bosco alle 4.00 del mattino era illuminato solo dalla luna e vidi la ragazza che salutava con lo sguardo il casolare, mentre l’attendeva un taxi.


Questi fotogrammi mi sono rimasti molto impressi nel tempo perché avevo sentito chiaramente il mio impulso a darle un sostegno, una parola di conforto o a salutarla. L’impulso di dire ‘ciao’ era salito nella gola poi, i miei sensi sono stati rapiti da un’altra direzione; quella di lasciare andare, di non aggrapparsi a nulla e soprattutto di non sentirsi ‘responsabili’ del dolore di quella persona che fuggiva nel cuore della notte.


E' stata un’esperienza lucida e chiara di ridefinizione dei miei confini e del rispetto di me stessa e dell’autodisciplina.


Partecipavo vivamente al ‘qui e ora’ dell’istante, senza invadere lo spazio di libertà di scelta della compagna, senza allungare una mano non richiesta.


Il giro di boa

Per il giro di boa del mio organismo dovetti attendere il quinto/sesto giorno. Durante una meditazione pomeridiana, dove la mia concentrazione era scarsa, mi sentivo irrequieta: parallelamente alle sensazioni psico-corporee di disagio e pesantezza sopraggiungevano punti di dolore nel corpo.


Dolore al piede, pruriti che si spostavano nel corpo, indolenzimenti, schiena rattrappita, formicolii, tensione e solo voglia di fuggire.


E’ qui che la pratica Vipassana invita alla disciplina di non opporre resistenza: sentire il dolore, osservare la comparsa e il passaggio della sensazione: ANDARE NEL CENTRO DELLA SENSAZIONE, DEL PUNTO DI DOLORE PER SGRETOLARLA: colpirla in questo modo, con l’atteggiamento dell’equanimità, con la scelta consapevole, con attenzione e intenzione all’unisono.

In quel momento ho pianto tanto, nel silenzio dei meditatori, era un pianto antico e profondo che non volevo soffocare: sono corsa fuori perché volevo singhiozzare nella natura all’aria aperta per scoperchiare il tunnel mentale che sentivo.


ERA UN MOMENTO DI CATARSI in cui ci passava dentro di tutto: dolore, debolezza, il peso delle maschere, le paure, l’attaccamento all’effimero e il disgusto, l’oppressione, il vittimismo, il rancore, le illusioni, i torti subiti.

Il pianto è una forma espressiva del fiume energetico che scorre nel corpo, è la modalità che il corpo ha per fare spazio dentro sé, per liberarsi, detergersi, per far fluire nuovamente l’energia.

Il primo momento di vita del neonato avviene col pianto, il primo trauma.


Le lacrime hanno sempre una funzione fisiologica per il lavaggio dell’occhio ma assume poi significati psichici di eliminazione di una tensione preesistente: il pianto cerca di pulire l’anima eliminando psico-biologicamente un eccesso di tensione.


In questo senso, il pianto è una voce comune, un espressione di dialogo tra soma e psiche.

Quel pianto, dopo la fuga dal salone di meditazione di gruppo, segnava il mio giro di boa: singhiozzavo e intanto ascoltavo i suoni della natura. Sentivo una mucca che muggiva in lontananza ed entrava anche lei nel fiume della mio dolore.


Poi, il processo di trasformazione ha portato a un pianto di commozione: la compassione per me e per tutte le relazioni e le persone che portavo con me in quel viaggio di purificazione.

Il muggito lontano della mucca era per me una voce sorella, il suono della natura semplice dentro a tutte le cose, il suono dell’innocenza, il suono di un vivente chissà forse alle prese con recinti stretti che a modo suo anche il suo cervello percepisce.


La commozione (=muoversi assieme) nasceva per me stessa e per il peso, all’improvviso sostenibile e meraviglioso, dell’EQUANIMITA’.


Da questo momento in me nasceva una nuova centratura, più profonda e senza veli.

Ironicamente e profondamente toccante è stato il termine dei 10 giorni, a tratti agognato dentro ogni partecipante del ritiro.


La fine del Nobile Silenzio


Dalle ore 11.00 dell’undicesimo giorno, dopo il pranzo, si rompeva il Nobile Silenzio.


Le parole non arrivavano alla gola e le voci degli altri sembravano un vociare disordinato, lontano: “di dove sei? …com’è andata?”. Sembravano parole catapulte per categorie e schemi del vivere sociale, distanti dal Sé, dal senso di unità. Come se anche una parola fosse il cancello di una gabbia.


La parola aveva un altro valore, come uno strumento di semplificazione collettiva, ma è anche uno strumento di reinvenzione di senso e significato.

Quante volte le parole sono troppe, o troppo poche, o mal interpretate o inopportune…


Nel Nobile Silenzio del Dhamma, la quotidianità era stata piena anche senza parole, aveva abbracciato svariate polarità: autenticità- confusione, giudizio-tolleranza, implosione-esplosione (nella propria pelle e viscere), bisogno-libertà, interno-esterno, fiducia-avvilimento, attaccamento- fuga.

GRAZIE AL VUOTO che mi ha fatto incontrare un altro vuoto colmo di amore.

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